Cultura 30 agosto 2020 6 minuti di lettura

La vita è un gioco?

Damiano Trenchi
Damiano Trenchi
Insegnante e scrittore
La vita è un gioco?

– La gente vede la follia nella mia colorità vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella sua noiosa normalità! –

Il Cappellaio Matto

Sì. Ho scelto di mettere proprio questa foto e di prendere questo personaggio perché, a mio avviso, lui incarna precisamente il pensiero su cui vorrei riflettiate.

Prendetelo come una metafora della vita. Quindi un personaggio che si sente diverso in questa esistenza così mediocre da far sembrare la maggior parte degli esseri umani un grande gregge di pecore che si muove al comando del cane pastore e poi del pastore stesso.

La vita è una catena che va necessariamente slegata e rotta. E i primi momenti in cui bisogna fare questo è proprio sui banchi di scuola. Quegli stessi banchi che, al contrario, nell’immaginario collettivo, sono proprio simbolo di chiusura e di “oppressione”.

Non è così.

E non deve essere così. L’educazione è ben diversa dalla chiusura. L’educazione serve a non essere animali allo stato brado ma, al contempo, non deve essere coercizione, imposizione e incapacità di mettersi in gioco. In gioco. Sì. Esatto. Uso proprio questa parola perché la vita non deve essere presa come un affannarsi nel tentativo di riuscire ad afferrare qualcosa che probabilmente non si riuscirà mai nemmeno a sfiorare.

Ulisse è morto nel tentativo di vedere l’inconoscibile (così ci dice Dante), Leopardi ha tentato per tutta una vita intera di sentirsi parte di questo mondo, Foscolo si è aggrappato alla politica per trovare un senso che è stato puntualmente disatteso, Petrarca ha sempre oscillato tra amore e fede, e potremmo andare avanti citando tutti i grandi della letteratura… e noi non lo siamo.

Quindi dobbiamo immaginare di vivere su una tavola di un immenso gioco in scatola, tirare i nostri dadi e spostarci di casella in casella. Qualche volta andremo avanti, qualche volta torneremo indietro e altre ancora dovremo scontare alcune penalità.

Sono tante queste penalità, non è vero?

Vi posso dire che fanno parte del gioco e le regole non sono fatte per essere infrante o aggirate. Le regole servono per metterci alla prova e per capire fino a che punto possiamo spingerci.

Quando arriveremo alla fine di questo gioco in scatola, cosa troveremo?

Nel Monopoli, per esempio, si riparte sempre dal via. Non c’è una fine.

E se noi fossimo pedine di un gioco infinito?

Beh, credo di stare andando un po’ oltre nella riflessione, anche se mi piacerebbe capire cosa ne pensiate voi di questa breve ma intensa metafora. In ogni caso non è l’arrivo ad essere la cosa fondamentale, perché le persone si sono già affannate troppo nei secoli passati, nel presente e in quelli che verranno per capire cosa sia questo traguardo.

L’importante è come si gioca.

L’importante è come si tirano i dadi.

L’importante è come si affrontano le penalità.

L’importante è come ci muoviamo attraverso quelle benedette (o maledette?!) caselle.

Credo che iniziare un percorso non sia così difficile come molti credano. È sufficiente vincere la paura iniziale, si fa il primo passo, si impara a camminare, ma il problema arriva proprio quando si prende coscienza dei nostri mezzi. Ci si sente sicuri. A volte così sicuri da andare a sbattere contro il primo muro.

Pensate a quando un ragazzo di 18 anni prende la patente. Si sente il padrone del mondo. Si sente Schumacher. Si sente un pilota. Un pilota vero. L’adrenalina scorre nelle vene come se fosse un torrente in piena. Gli occhi sembrano anticipare ogni curva. La mente è già proiettata sulla prossima chicane. Ed è proprio in quel momento che si fa un incidente.

Questo per dirvi che non va fatto il passo più lungo della gamba. Tutti vorremmo bruciare le tappe e accelerare il tempo, ma non è così che funziona (purtroppo!).

È necessario muoversi su ogni casella tirando un dado, o due dadi nel migliore dei casi. E quelli rappresentano il futuro. Rappresentano l’incognita. Rappresentano quello che faremo, quello che diventeremo, quello che saremo. E non possiamo scegliere il numero che uscirà. Dobbiamo adattarci a scoprire l’ignoto (e cosa c’è di più bello?).

Non dobbiamo pianificare tutto solo per avere l’illusoria sensazione di controllare ogni cosa. Dobbiamo giocare. E il giocatore cerca di muoversi attraverso le crepe delle incertezze e delle probabilità. Quelle crepe che rappresentano il sale della vita, che possono essere motivo di gioia per qualcuno e di dolore per qualcun altro.

Qualcuno correrà su quelle caselle. E sbaglia. Io sono sicuramente tra questi. E proprio per questo vi sto dicendo che non è giusto. Correre a volte fa arrivare prima, ma non permette al cuore di osservare ciò che lo circonda. Non permette agli occhi di vedere la bellezza e l’armonia del paesaggio. E non permette all’anima di scambiare quattro chiacchiere con chi sta percorrendo la stessa strada.

Altri si siederanno e si accontenteranno. Smetteranno di giocare. E già la parola “smettere” non mi piace. Smettere significa adagiarsi, accontentarsi e subito dopo fallire. E ricordate sempre che chi si accontenta gode… così, così.

Ci saranno coloro che cercheranno di truccare i dadi. Bareranno. Ruberanno. Inganneranno. Per raggiungere quale obiettivo? Il traguardo, forse? E lo raggiungeranno? Probabilmente sì, e prima di tutti. Ma non avranno visto nulla. E quando guarderanno i palmi delle loro mani, stringeranno solo aria e non avranno spezzato nemmeno un anello di quella catena che, anzi, si sarà avvolta sempre di più, casella dopo casella.

Ed infine ci saranno coloro che avranno paura. Un po’ tutti quanti, dico bene? Questi cercheranno l’aiuto di altri. Spesso resteranno bloccati su alcune caselle, incapaci di muoversi, ma il loro sguardo sarà vigile e attento perché incontreranno persone con la loro stessa paura.

Allora si guarderanno in faccia. Alzeranno lo sguardo. Focalizzeranno l’obiettivo. Si prenderanno per mano e giungeranno alla meta insieme.

Quindi, chi vincerà?

Forse la paura?

Sicuramente coloro che riconoscono le proprie fragilità, perché stanno esplorando il proprio cuore. E questo è già un passo avanti. Chi pensa di essere invincibile sarà il primo a cadere. Chi riflette e osserva, probabilmente arriverà lontano.

Ma in ogni caso…

…nessuno vincerà davvero, perché nessuno saprà mai quale sia il traguardo. Tuttavia, tutti coloro che giocano lealmente vivono quel traguardo casella dopo casella, e hanno già vinto prima ancora di arrivarci.

L’importante è non smettere mai di giocare.

Alla fine, siamo tutti un po’ simili al Cappellaio Matto, non credete?

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